BLUR DESIGN: IL BRANDING INVISIBILE

blur design branding invisibile fausto lupetti editore

Se state leggendo questo articolo allora vuol dire che siete già sulla buona strada. Se poi dedicherete poche ore alla lettura del libro Blur Design: il branding invisibile , incontrerete alcuni aspetti del marketing, almeno quelli più delicati e critici nel faticoso rapporto con il design.

Non avrete tutte le risposte che servono, probabilmente vi resteranno molti dubbi. Ma è meglio avere dei dubbi che restare prigionieri delle proprie certezze o magari, ignorare del tutto qualche aspetto strategico del proprio business. Nel testo sono affrontati temi che tutti noi – che a qualunque titolo ci occupiamo di design, marketing e comunicazione – dovremmo dominare. Sono i temi del nostro lavoro di ogni giorno, che esso sia quello di imprenditori o quello di consulenti o nel caso voi siate coattivamente costretti a leggerlo perché siete studenti di qualche corso di design o di marketing.

Ma c’è dell’altro. Questo libretto è breve, sintetico, si spera chiaro, facile.
Per chi si occupa di design della comunicazione come attività prevalente, da molti lustri, questo lavoro potrebbe apparire come una sorta di sconfinamento in un settore che nel senso comune appare di pertinenza delle competenze di economia. Ma il mondo è cambiato veramente e come ha detto David Packard (cofondatore della HP): “Il marketing è troppo importante per affidarlo esclusivamente alla direzione marketing” e agli esperti di marketing, aggiungerei. Ma è proprio questa una peculiarità che io credo appartenga alla dimensione indistinta del progetto, elaborare sconfinamenti in discipline attigue, contigue – nelle aree che io definisco blur – proprio perché occupano un territorio trasversale tra i saperi, a volte di netta sovrapposizione.

Del resto non sono solo in questa convinzione, già una decina d’anni or sono un noto esperto di marketing, Seth Godin, scriveva: “se il marketing post-design e post-produzione è morto, che cosa va a sostituirlo? Il design [...] ma un design incentrato sul mercato e capace di integrare nel prodotto il successo stesso del marketing”. Ecco un bel ribaltamento di impostazione, ma tutto questo perché, come dice Morin: “ogni evento cognitivo richiede la congiunzione di processi energetici, elettrici, chimici, fisiologici, cerebrali, esistenziali, psicologici, culturali, linguistici, logici, ideali, individuali, collettivi, personali, trans-personali e impersonali, ingranantisi gli uni negli altri. La conoscenza è quindi proprio un fenomeno multidimensionale, nel senso che essa è, inseparabilmente, fisica, biologica, cerebrale, mentale, psicologica, culturale, sociale” (Morin 2007: 8), dunque ridurre il marketing, come pure il design, a discipline unitarie e monolitiche è forse sbagliato. Il marketing è progetto – in ogni caso e comunque vogliamo considerarlo – dunque è un’attività che appartiene a chi progetta e ogni imprenditore a suo modo è un progettista, come ogni designer.

Se poi questo libro dovesse in qualche pagina sembrarvi troppo teorico, ricordo quanto diceva lo psicologo Kurt Lewin, (1977): non c’è niente di più pratico di una buona teoria.

Pino Grimaldi
 
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